Il deserto di fuoco di Lahbab

Dopo mesi di silenzio e scrittura solo su carta sono tornata qui. In mezzo l’isola di Wight, le colline e il mare della Toscana, Miami, le piramidi di Segonzano e Dubai.

Dovrei seguire la cronologia degli eventi, ma oggi non mi va. Parto da Dubai, perché per me è da sempre tra le mie grandi favorite.

Con tre mattine libere a disposizione, ho potuto dedicarne una intera al luogo che per me ha sempre fatto da richiamo irresistibile: il deserto. Le ore passano in fretta, quindi per ottimizzare il tempo si decide di affidarsi al sito www.getyourguide.it, che permette di prenotare tour, biglietti ed esperienze varie dappertutto, dal biglietto per l’acquario a Dubai Marina al laboratorio di pasta a Roma o la cena sulla torre Eiffel. Noi abbiamo deciso di acquistare l’escursione nel deserto con giro in jeep attraverso le dune, corsa in quad e prova di sand board, il costo è di circa 100/110 euro a persona, durata di 3 ore e mezza.

Sono le 7.20 quando il nostro autista, Ibrahim, arriva davanti all’ hotel. Vestito di bianco e appoggiato all’enorme fuoristrada lucente dello stesso colore, è una macchia di luce, nettamente in contrasto con le scure vetrate dell’hotel. Durante il viaggio avrò modo di abituarmi al suo rivolgersi sempre al mio collega e quasi mai a me (“Everything ok Sir?”, “Where you from Sir?”); non che la cosa mi trattenga dal rispondere ugualmente.

Partiamo. Uscendo da Dubai Ibrahim ci mostra il lungo viale d’accesso alla residenza dello sceicco, la cui facciata con il grande arco e i cavalli sopra mi ricorda un’architettura più europea che araba; appena il tempo di intravederla che facciamo il giro della rotonda e ce ne andiamo: non ci si può fermare con la macchina nemmeno per una foto, pena una multa. Le grandi strade, perché a Dubai ogni cosa è enorme, sembrano snodarsi all’infinito verso il deserto, mentre ai lati appaiono le ville degli emiratini, color giallo chiaro e dalle stupende balconate decorate.

Proseguendo il nostro viaggio verso il deserto, delle moto da cross ci affiancano, sollevando nuvole di sabbia polverosa, molto diversa dalla fine sabbia rossa che troveremo a Lahbab, come ci spiega Ibrahim. Intorno vediamo agglomerati di caravans, l’ultima cosa che mi sarei aspettata, Ibrahim racconta che c’è gente che viene a fare campeggio qui o a fare i barbecue la domenica; io ho la fronte incollata al finestrino e sento che mi sto innamorando di Dubai per l’ennesima volta.

Appena arriviamo, salto quasi giù dalla macchina ancora in movimento. Sono le 8.30 e il sole sta già friggendo nel cielo. Sono in uno spiazzo con un piccolo mini market, un negozio di souvenir (entrambi chiusi, è venerdì) e, separata da un muretto, la zona delle signore con la prayer room, una zona per il riposo e i bagni; mentre mi asciugo le mani sui jeans (grandi bottiglie da detersivo con il sapone e niente salviette o carta igienica in bagno) Ibrahim fa sgonfiare le gomme del fuoristrada, operazione necessaria per andare sulla sabbia.

Partiamo con il giro in quad di mezz’ora, in una specie di pista recintata molto approssimativa; mi raccomandano un paio di volte di non andare veloce, mi fanno indossare un foulard per proteggere i capelli dalla sabbia e parto, un saliscendi sulle dune, dove quando ne sali una particolarmente alta speri che la persona dall’altra parte non abbia avuto la tua stessa idea. Procedo a velocità bassa, guardandomi intorno e godendomi il momento da sola (per modo di dire!).

Usciamo dalla pista e finalmente ci addentriamo nel deserto; il cielo è azzurrissimo e la sabbia è di un intenso giallo aranciato: solo una volta in albergo, svuotando le scarpe, mi renderò conto di quanto effettivamente sia rossa, quasi come la terra dei campi da tennis. Sono estasiata da quanto vividi siano i colori e di come si perdano all’orizzonte, senza ostacoli.

Come entriamo nel deserto, si comincia il dune bashing, ovvero la corsa sulle dune in fuoristrada: se soffrite il mal d’auto decisamente non fa per voi. La macchina si inclina lateralmente, da una parte e poi anche dall’altra, sollevando nuvole di sabbia che ci avvolgono, scende all’improvviso, risale, salta, proprio come una giostra, un’ora di un giro così e mi diverto come non succedeva da mesi. Davanti a noi altri fuoristrada carichi di turisti e uno fermo con una ragazza seduta appoggiata ad una ruota che, senza ombra di dubbio, soffre il mal d’auto.

Dopo essere stati sballottati per bene, scendo malferma sulle gambe dalla macchina. In cima ad un’enorme duna sono radunate le altre guide con turisti tedeschi, tutti pronti a provare il sand board, ovvero lo snow board su sabbia; io parto da seduta al primo giro, ma, pur non avendo mai provato nemmeno uno skateboard, decido di affrontare la lunghissima discesa in piedi, non estremamente ripida, ma nemmeno un dolce pendio. Parto, la tavola prende velocità e la sabbia sibila, faccio qualche metro e poi, spaventata dalla velocità e non volendo atterrare di faccia, salto giù al volo dalla tavola in corsa: mi ci vogliono un altro paio di discese per prendere confidenza, ma ormai è ora di ripartire.

Dopo tutte queste attività, finalmente andiamo in un punto più tranquillo (suona strano, parlando del deserto!) per scattare qualche foto; finalmente mi posso allontanare un po’ e guardarmi intorno da sola, senza chiacchiere, cose da fare e altri turisti intorno, per interiorizzare il momento. Il deserto mi rimarrà dentro, lo spazio, i colori e la luce visti e vissuti.

Adesso è ormai ora di tornare allo spiazzo asfaltato dei negozi; Ibrahim mi offre un succo in scatola al mango ed è in quel momento è la cosa più dolce che abbia mai assaggiato.

Risate e arte nella capitale…

Dal sole di Dubai al cielo plumbeo di Roma. E’ lì che ho passato il Ponte dell’Immacolata quest’anno, ospite di mia cugina che da anni mi ripete come sia possibile che io non abbia mai visto la capitale in vita mia. Eppure. Questa volta, complice il weekend lungo e la solita voglia di partire particolarmente acuta durante i grigi mesi invernali, ho deciso di prendere un treno dopo lavoro e andarmene. Arrivata a Termini facce sorridenti che mi aspettano, conosciute e non. La grande accoglienza.

Nonostante la stanchezza, ritrovo energia quando facciamo un piccolo giro notturno della città: San Pietro e il Passetto, la vista di Roma dal Gianicolo e un abbraccio visivo generale di quello che riesco a vedere dalla macchina con i miei occhi affamati.

Venerdì è prevista la partenza del mio tour de force romano, ma, complice la stanchezza e la chiaccherata che va per le lunghe, non riusciamo ad uscire di casa prima delle undici. Partiamo dalla fontana di Trevi, gremita di turisti che si fanno i selfie mentre lanciano le monetine in acqua, per poi arrivare a Piazza Navona, dove finalmente riesco a vedere la fontana dei Fiumi di Gian Lorenzo Bernini (1598-1680) che su di me ha sempre esercitato molto più fascino rispetto a quella di Trevi: eccola lì, con le sue quattro figure umane che rappresentano il Nilo, il Gange, il Rio de la Plata e il Danubio, i grandi fiumi dei quattro continenti noti all’epoca. Ai tempi del liceo rimanevo sempre attonita a fissare sui libri l’eleganza e i curatissimi dettagli delle opere di Bernini, dai muscoli in tensione dei corpi ai drappi dei vestiti che si appoggiano morbidamente ai piedi delle statute; ritrovarmici davanti oggi è incredibile, spalanco gli occhi e cerco di imprimere l’immagine che ho davanti nella memoria. Mi ha sempre fatto sorridere la leggenda che vuole che la statua raffigurante il Nilo si copra gli occhi per non vedere la chiesa di Sant’Agnese in Agone, situata di fronte, opera del Borromini (1599-1667), grande rivale del Bernini. Allo stesso modo, la statua del Rio de la Plata terrebbe alzato un braccio per ripararsi da un possibile crollo della chiesa. C’e da dire però che la fontana fu terminata prima che venisse costruita la chiesa, sicchè si tratta, appunto, di una leggenda. Resto affascinata e ancora incredula ad osservare l’acqua dentro la vasca, prima di andare a visitare la chiesa di Sant’Agnese, San Luigi dei Francesi (una bellissima chiesa barocca della comunità francese, dove è possibile vedere gratuitamente tre dipinti di Caravaggio del ciclo pittorico su San Matteo: la Vocazione di San Matteo, il Martirio di San Matteo e San Matteo e l’angelo, imperdibili) e la piccola chiesa di S. Barbara ai Librari (dalle parti di Campo de’ Fiori), una gemma incastrata in una piccola piazzetta che scopro per caso; adibita per molti anni ad uso magazzino, pochi decenni fa è stata restaurata e riaperta ai fedeli e ospita un magnifico trittico del 1450 di Leonardo da Roma, raffigurante Madonna con bambino con San Giovanni Battista e l’arcangelo Michele.

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Due dei dipinti di Caravaggio dentro la chiesa di San Luigi dei Francesi

Roma è così: ti fermi ad ogni metro perché c’è qualcosa di meraviglioso che non ti aspetti. Stasera c’è in programma una cacio e pepe a Trastevere; stanche, saliamo sul tram schiacciate in mezzo alla folla, ridendo come due bambine emozionate, verso la prossima meta.

 

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La fontana dei Fiumi in Piazza Navona
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Il trittico dentro S. Barbara

 

 

 

Baby be a giant, let the world be small… la vista dal 148esimo piano del Burj Khalifa.

Uscita dall’ascensore mi sento leggermente instabile sulle gambe. Immagino sia normale, visto l’arrivo al 124esimo piano in 60 secondi netti. Il minuto di salita è stato al buio, con la proiezione sulle pareti dell’ascensore di tutti gli edifici che in quel momento stavamo superando in altezza: la Torre Eiffel, il Big Ben,.. e poi le nuvole.. e sopra le nuvole, il Burj Khalifa.

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Il Burj Khalifa, 828 mt.

E’ qui che mi trovo, al 124esimo piano dell’edificio più alto del mondo, in attesa del secondo ascensore per arrivare alla piattaforma di osservazione al 148esimo piano, 555 metri. Praticamente, in cima al mondo. Alto 828 metri, il Burj Khalifa è stato inaugurato nel 2010, solamente sei anni dopo l’inizio dei primi scavi; impressionante pensare che nella fase di picco della costruzione, si trovassero in cantiere più di 12.000 operai. L’architettura alla base è un’astrazione del fiore Hymenocallis, ovvero tre elementi disposti intorno ad un core centrale, simbolo del Burj Khalifa, che rende la forma della struttura molto elegante, nonostante l’enormità.

Per vedere Dubai dall’alto del Burj Khalifa si può scegliere tra due opzioni: la vista dal 124esimo piano (At the top, il biglietto costa 125 dirham, circa 30 euro) oppure quella dal 148esimo con inclusa la visita guidata (At the top sky, 500 dirham, circa 120 euro a persona, www.burjkhalifa.ae); la seconda è una sorta di vip experience: si comincia con l’attesa della guida in una lounge dove ti vengono offerti biscottini e un delizioso thè ai chiodi di garofano, si prosegue con la salita guidata dove vengono raccontate (ed illustrate a video) le varie fasi della costruzione, per poi terminare nel salottino al 148esimo piano con vista mondo.

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La Dubai fountain vista dall’alto.

Non esattamente economico il prezzo del biglietto, ma si ripaga da sè al primo sguardo dalle vetrate e dalla terrazza panoramica: gli altissimi grattacieli di Dubai sembrano dei piccoli Lego e davvero si riesce a dominare il mondo con gli occhi. Un’emozione che non si riesce a descrivere e un’esperienza assolutamente irrinunciabile, promesso.

Nota: la Emaar Properties ha iniziato in ottobre la costruzione di The Tower, un nuovo edificio che sarà più alto del Burj Khalifa e che dovrebbe essere completato in tempo per Dubai Wolrd Expo nel 2020 (http://www.telegraph.co.uk/travel/destinations/middle-east/united-arab-emirates/dubai/articles/new-dubai-skyscraper-to-surpass-the-worlds-tallest-building/). Perchè, onestamente, solo Dubai può superare Dubai.

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In cima al mondo.

Il lago di Tenno e il Borgo medievale di Canale

locanda
La Locanda del Borgo
borgo canale
Uno scorcio del borgo
isola
L’isola
aperitivo
L’ora dell’aperitivo nel borgo
lago
Il lago

“Uno tra i più puliti specchi d’acqua dolce d’Italia” recita il sito del comune di Tenno (www.comune.tenno.tn.it): uno dei luoghi più rilassanti in assoluto, aggiungerei. Il Lago di Tenno (Trentino), situato a 570 mt di altezza alle pendici del Monte Misone, è sorprendentemente poco frequentato oggi, una calda e soleggiata domenica di ottobre; piccoli gruppi di persone, a una decina di metri l’uno dall’altro, si godono l’inaspettata temperatura estiva sdraiati sulla bianca spiaggia di sassi, mentre un gommone con due bambini scivola silenziosamente sull’acqua immobile. L’acqua pulitissima di cui sopra (dovuta alla quasi totale assenza di costruzioni attorno al lago e alla mancanza di coltivazioni intensive che lo mettono al riparo dall’inquinamento chimico) è di una magnifica sfumatura turchese, mescolato ad una punta di verde giada.

Raggiungibile solamente a piedi, attraverso una scalinata collegata al parcheggio sovrastante, il lago ha una superficie balneabile di 0,22 km, contornata da spiagge sassose naturali; protetto dagli imponenti monti, il lungolago offre una passeggiata ritemprante tra gli olivi, le viti e i castagni che crescono sui terrazzamenti circostanti. Tuttavia, la caratteristica che senza dubbio rende unica questa piccola oasi tra le montagne, è l’isola “a scomparsa” che si trova sulla parte meridionale del lago: in estate la si può raggiungere a piedi, mentre d’inverno, a causa del forte sbalzo del livello dell’acqua (si arriva anche a 15 mt di differenza tra l’estate e l’autunno inoltrato, dopo il periodo delle piogge!), l’isola scompare, lasciando emergere soltanto le cime degli alberi.

Vicinissimo al lago di Tenno (ca 30 minuti a piedi) si trova il magnifico Borgo medievale di Canale, inserito nel Club dei Borghi più belli d’Italia e che vanta molti riconoscimenti, tra cui la Bandiera Arancione del Touring Club Italiano. Dopo aver percorso il sentiero che porta dal lago al borgo, la prima sensazione che si prova entrando a Canale è che il tempo improvvisamente faccia un bel balzo all’indietro e si fermi: attraverso un continuo saliscendi di stretti vicoli selciati e sotto piccoli archi in pietra, con uno sguardo alle antiche ricette appese ai muri (ad esempio La Peverada), sembra di essere improvvisamente scivolati nella lenta vita contadina del Medioevo. Due cani sono sdraiati pigramente all’ingresso della caratteristica Locanda del Borgo in Ca’ dei Pomati (www.facebook.com/LocandadelBorgoCanale), la suggestiva piazzetta, dove ci si può concedere un aperitivo all’aperto nel bel mezzo del borgo (da provare il vino Negrara accompagnato dal tagliere di salumi e formaggi), in una location che ricorda molto i libri di Tolkien e che davvero fa dimenticare data, luogo ed eventuali malumori. D’obbligo una visita alla Casa degli Artisti (www.casartisti.it), luogo di riferimento per le esposizioni (al momento c’è l’interessante mostra per le scuole di Enzo Bellini Le favole di La Fontaine, percorso espositivo sulle favole morali, fino al 29 ottobre), dove si viene accolti con un sorriso, una piccola brochure e qualche consiglio sui dintorni.

 

Davvero una bellissima scoperta che ha reso una domenica di ottobre qualsiasi l’apice del mio autunno.

 

Il mio primo vero viaggio…

Mi chiamo A e da grande voglio fare la giornalista di viaggi. In effetti, non suona male. Suonerebbe anche plausibile se non avessi quasi trent’anni e il da grande non fosse già una realtà.

Ricominciamo. Mi chiamo A e lavoro come export manager nel settore della gioielleria. Ebbene sì, lavoro ogni giorno circondata da oro e argento, nel fantastico mondo dei beni di lusso; una favola, direte voi. Partecipo a fiere orafe, eventi e cene da mille e una notte negli Emirati Arabi, sempre vestita elegantissima e ingioiellata a dovere; ho imparato a conoscere tutte le caratteristiche tecniche e le varie lavorazioni di un gioiello, senza parlare dei privilegi per i miei acquisti. A dire il vero sì, è una favola.

Peccato che a volte i sogni e le vecchie aspirazioni nei cassetti ci stanno stretti e fanno di tutto per uscire, soprattutto quando finalmente ti puoi rilassare e dire a te stessa “ce l’hai fatta!”. E quindi eccomi qua, alla soglia dei trent’anni, una laurea, un paio d’anni vissuti all’estero, insoddisfatta della mia vita in ufficio, con un lavoro stabile e che mi fa pagare le scadenze senza alcun problema. Quasi non oso ammetterlo con nessuno, di questi tempi.

Mi è sempre piaciuto scrivere e viaggiare, ma la scrittura l’ho accantonata una volta finite le superiori: università e mondo del lavoro non andavano esattamente d’accordo con estri creativi, bisognava studiare, imparare e dimostrare. La passione dei viaggi invece, cerco di assecondarla come posso, a seconda delle ferie che l’ufficio concede (viaggiare ad agosto e dicembre, wow, prezzi alle stelle e folle di turisti ad ogni dove!); a volte una settimana all’estero, a volte un weekend in una città d’arte italiana, a volte anche solo una giornata alla scoperta di un nuovo percorso di trekking in zona: l’importante è andare. Almeno così, una settimana di 9 to 5 si riesce a trascinarla fino al venerdì.

Questa primavera, complice il risveglio della natura e le giornate che si allungano mentre io fisso lo schermo con occhi da triglia e sfoggio le migliori occhiaie in circolazione, l’insofferenza ha raggiunto livelli di guardia e ho deciso di provarci,  di farmi un regalo: una fuga di un weekend in Inghilterra per frequentare un corso di travel writing in inglese, che mi ha fatto ricordare quanto amassi scrivere e che mi ha reso la vita in ufficio ancora più grigia e insopportabile. Sicché, ho ripreso la penna in mano e ho scelto di darmi un’opportunità nel giornalismo di viaggio. Il mio primo, vero viaggio è proprio questo, la ricerca di qualcuno che abbia voglia di leggere gli articoli di un nessuno. Il materiale sta prendendo forma, i sogni anche.

 

To be continued…