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Il deserto di fuoco di Lahbab

Dopo mesi di silenzio e scrittura solo su carta sono tornata qui. In mezzo l’isola di Wight, le colline e il mare della Toscana, Miami, le piramidi di Segonzano e Dubai.

Dovrei seguire la cronologia degli eventi, ma oggi non mi va. Parto da Dubai, perché per me è da sempre tra le mie grandi favorite.

Con tre mattine libere a disposizione, ho potuto dedicarne una intera al luogo che per me ha sempre fatto da richiamo irresistibile: il deserto. Le ore passano in fretta, quindi per ottimizzare il tempo si decide di affidarsi al sito www.getyourguide.it, che permette di prenotare tour, biglietti ed esperienze varie dappertutto, dal biglietto per l’acquario a Dubai Marina al laboratorio di pasta a Roma o la cena sulla torre Eiffel. Noi abbiamo deciso di acquistare l’escursione nel deserto con giro in jeep attraverso le dune, corsa in quad e prova di sand board, il costo è di circa 100/110 euro a persona, durata di 3 ore e mezza.

Sono le 7.20 quando il nostro autista, Ibrahim, arriva davanti all’ hotel. Vestito di bianco e appoggiato all’enorme fuoristrada lucente dello stesso colore, è una macchia di luce, nettamente in contrasto con le scure vetrate dell’hotel. Durante il viaggio avrò modo di abituarmi al suo rivolgersi sempre al mio collega e quasi mai a me (“Everything ok Sir?”, “Where you from Sir?”); non che la cosa mi trattenga dal rispondere ugualmente.

Partiamo. Uscendo da Dubai Ibrahim ci mostra il lungo viale d’accesso alla residenza dello sceicco, la cui facciata con il grande arco e i cavalli sopra mi ricorda un’architettura più europea che araba; appena il tempo di intravederla che facciamo il giro della rotonda e ce ne andiamo: non ci si può fermare con la macchina nemmeno per una foto, pena una multa. Le grandi strade, perché a Dubai ogni cosa è enorme, sembrano snodarsi all’infinito verso il deserto, mentre ai lati appaiono le ville degli emiratini, color giallo chiaro e dalle stupende balconate decorate.

Proseguendo il nostro viaggio verso il deserto, delle moto da cross ci affiancano, sollevando nuvole di sabbia polverosa, molto diversa dalla fine sabbia rossa che troveremo a Lahbab, come ci spiega Ibrahim. Intorno vediamo agglomerati di caravans, l’ultima cosa che mi sarei aspettata, Ibrahim racconta che c’è gente che viene a fare campeggio qui o a fare i barbecue la domenica; io ho la fronte incollata al finestrino e sento che mi sto innamorando di Dubai per l’ennesima volta.

Appena arriviamo, salto quasi giù dalla macchina ancora in movimento. Sono le 8.30 e il sole sta già friggendo nel cielo. Sono in uno spiazzo con un piccolo mini market, un negozio di souvenir (entrambi chiusi, è venerdì) e, separata da un muretto, la zona delle signore con la prayer room, una zona per il riposo e i bagni; mentre mi asciugo le mani sui jeans (grandi bottiglie da detersivo con il sapone e niente salviette o carta igienica in bagno) Ibrahim fa sgonfiare le gomme del fuoristrada, operazione necessaria per andare sulla sabbia.

Partiamo con il giro in quad di mezz’ora, in una specie di pista recintata molto approssimativa; mi raccomandano un paio di volte di non andare veloce, mi fanno indossare un foulard per proteggere i capelli dalla sabbia e parto, un saliscendi sulle dune, dove quando ne sali una particolarmente alta speri che la persona dall’altra parte non abbia avuto la tua stessa idea. Procedo a velocità bassa, guardandomi intorno e godendomi il momento da sola (per modo di dire!).

Usciamo dalla pista e finalmente ci addentriamo nel deserto; il cielo è azzurrissimo e la sabbia è di un intenso giallo aranciato: solo una volta in albergo, svuotando le scarpe, mi renderò conto di quanto effettivamente sia rossa, quasi come la terra dei campi da tennis. Sono estasiata da quanto vividi siano i colori e di come si perdano all’orizzonte, senza ostacoli.

Come entriamo nel deserto, si comincia il dune bashing, ovvero la corsa sulle dune in fuoristrada: se soffrite il mal d’auto decisamente non fa per voi. La macchina si inclina lateralmente, da una parte e poi anche dall’altra, sollevando nuvole di sabbia che ci avvolgono, scende all’improvviso, risale, salta, proprio come una giostra, un’ora di un giro così e mi diverto come non succedeva da mesi. Davanti a noi altri fuoristrada carichi di turisti e uno fermo con una ragazza seduta appoggiata ad una ruota che, senza ombra di dubbio, soffre il mal d’auto.

Dopo essere stati sballottati per bene, scendo malferma sulle gambe dalla macchina. In cima ad un’enorme duna sono radunate le altre guide con turisti tedeschi, tutti pronti a provare il sand board, ovvero lo snow board su sabbia; io parto da seduta al primo giro, ma, pur non avendo mai provato nemmeno uno skateboard, decido di affrontare la lunghissima discesa in piedi, non estremamente ripida, ma nemmeno un dolce pendio. Parto, la tavola prende velocità e la sabbia sibila, faccio qualche metro e poi, spaventata dalla velocità e non volendo atterrare di faccia, salto giù al volo dalla tavola in corsa: mi ci vogliono un altro paio di discese per prendere confidenza, ma ormai è ora di ripartire.

Dopo tutte queste attività, finalmente andiamo in un punto più tranquillo (suona strano, parlando del deserto!) per scattare qualche foto; finalmente mi posso allontanare un po’ e guardarmi intorno da sola, senza chiacchiere, cose da fare e altri turisti intorno, per interiorizzare il momento. Il deserto mi rimarrà dentro, lo spazio, i colori e la luce visti e vissuti.

Adesso è ormai ora di tornare allo spiazzo asfaltato dei negozi; Ibrahim mi offre un succo in scatola al mango ed è in quel momento è la cosa più dolce che abbia mai assaggiato.

1. Iniziò così…

L’arrivo di luglio segna ufficialmente l’entrata nel quinto mese del mio progetto, un anno intero senza acquistare vestiti nuovi, scarpe incluse.

Voglio cominciare dall’inizio e condividere la storia di questo progetto, ma soprattutto, i motivi alla base di questa decisione. Inizio marzo, suppergiù, inizia il lockdown: gli italiani rimarranno chiusi in casa, salvo spostamenti essenziali per i successivi due mesi. Dopo le prime settimane in cui non si capiva pressoché nulla di quello che stava succedendo e la preoccupazione principale era procurarsi il cibo (con annesso panic buying di farina e lievito di birra in tutta la penisola), ho cominciato ad adattarmi velocemente alla situazione; anzi, di più, la quarantena ha iniziato a piacermi sul serio. Tempo, tanto tempo mai avuto prima nella mia età adulta (magari rimanere bambini per sempre, con tre mesi di vacanze estive ogni anno!). Mi sono iscritta ad un’università online e ho seguito dei corsi che mi interessavano; ho acquistato un regalo di Natale (circa € 12!) per una persona a cui voglio bene, un bel regalo ragionato in base ai suoi gusti, senza ritrovarmi come ogni anno ad arraffare un oggetto qualsiasi dagli scaffali di un negozio in mezzo alla massa di gente isterica la settimana prima di Natale, tanto per avere un pacchetto in mano al momento dello scambio dei regali (che razza di senso ha, in effetti, farsi regali in questo modo? Un regalo dovrebbe dire “Io ti penso” a chi lo riceve e dovrebbe essere un piacere per chi lo fa, non una fonte di stress aggiuntivo); ho affrontato l’alta pila di libri mai letti che tenevo ammucchiata in sgabuzzino a prendere polvere. Ma soprattutto, mi sono fermata a pensare, tanto. Ovviamente, poiché eravamo tutti chiusi in casa senza occasioni mondane all’orizzonte, di certo non ero l’unica totalmente disinteressata allo shopping sui siti di e-commerce di abbigliamento. E Dio solo sa quanto io adori i vestitini estivi floreali. Quello su cui ho maggiormente riflettuto, piuttosto, erano le mie sensazioni al riguardo: lo shopping non mi mancava assolutamente, nemmeno l’idea di poter fare una lunga passeggiata per negozi una volta finita la quarantena mi attirava più così tanto. Perché? In fin dei conti, lo shopping mi è sempre piaciuto; certo, non sono una di quelle persone che aspetta il sabato pomeriggio per fiondarsi in centro, ma un giro a negozi non l’ho mai disdegnato.

Il motivo è talmente semplice da essere quasi banale, anche se ci sono arrivata dopo diverso tempo: l’isolamento coatto in casa ha eliminato momentaneamente dalla mia vita tutto ciò che era superfluo e, rivelazione, mi ci sono trovata bene. Le uniche cose che potevo fare in casa erano le cose che in realtà mi interessavano davvero: leggere, informarmi, guardare documentari sui Paesi del mondo e scrivere (ovviamente, viaggi a parte; ma leggere e scrivere non sono forse solamente un modo diverso di viaggiare?). Attività del tutto gratuite. Dunque, se la maggior parte delle attività che mi rendono appagata sono a costo zero, perché investo il mio tempo e i miei soldi per acquistare degli oggetti non solo dispendiosi, ma che non mi rendono felice, a parte la solita ebbrezza momentanea post acquisto? Che senso ha avuto aver speso tutto quello che ho speso finora in scarpe, gioielli e vestiti (fidatevi, sono tanti!)?

Semplicemente, fin da quando siamo piccoli ci viene inculcato il mito del consumismo: consuma e sarai felice, gratificati, fatti un regalo. Ma ve le riuscite ad immaginare le risate che si fanno i pubblicitari alle nostre spalle? Lanciano l’amo sapendo già che abboccheremo.

In quarantena ho capito che l’unico regalo che possiamo fare a noi stessi è il tempo e non oggetti inutili con cui sovraffollare le nostre case fino alla claustrofobia. Per questo ho deciso di dare un freno all’acquisto impulsivo fatto sull’onda dell’emozione, per evitare di sovraccaricarmi ancora di paccottiglia inutile che acquistavo per gratificarmi. I mesi di quarantena sono stati ovviamente facili, la vera sfida sta arrivando adesso: ormai ci si muove praticamente in totale libertà, le giornate sono calde e mangiare un gelato guardando le vetrine è un buon modo per chiacchierare con le amiche; inoltre, le mie colleghe parlano di organizzare un giro ad outlets. Resistere sarà certamente più difficile, ma senza dubbio rende la sfida più stimolante.

Marzo 2020 – marzo 2021: un anno senza vestiti nuovi.

Un anno intero senza comprare nessun capo di abbigliamento nuovo, biancheria esclusa. Possibile?

Premessa: come quei quattro lettori che hanno letto i miei post sapranno, lavoro nel settore del lusso, il che rende abbastanza ovvio il perché in determinate occasioni mi devo vestire in modo assolutamente impeccabile. Il che, unito alla pressione costante di essere giudicata prima di tutto per il mio aspetto e al continuo canto delle sirene rappresentato dal consumismo, mi ha sempre fatto aprire il portafoglio abbastanza velocemente quando si trattava di abbigliamento, accessori e cosmetica (scarpe col tacco da ottocento euro al paio? Colpevole, vostro onore! Tre paia!).

Durante la quarantena, come chiunque abbia usato questo tempo in maniera fruttuosa per rimettere in discussione la propria vita – un regalo che non ci siamo mai potuti fare prima – ho iniziato a riflettere su molte cose, soprattutto sul superfluo che mi circondava e sull’indispensabile che invece mi mancava.

Spunti di riflessione offerti da qualche film, documentari guardati di notte con avidità e frammenti di vecchie conversazioni che mi sono tornati in mente e che ho voglia di iniziare a condividere prossimamente, mi hanno portata sulla strada più difficile, quella della sfida contro me stessa e tutte le mie debolezze e imperfezioni di essere umano: niente scarpe, abbigliamento e accessori nuovi fino a marzo 2021. Cosmetici – ho la fissa da sempre dei rossetti rossi – che mi è consentito comprare: fondotinta, mascara e matita per le sopracciglia. Nient’altro. Per un anno. La spinta motivazionale è molto forte e conto sul supporto di un paio di ottimi libri in cui mi sono imbattuta in questi ultimi mesi. Ovviamente, sono consapevole che ci saranno momenti in cui il richiamo delle vetrine sarà assordante, ma sono determinata a non cascare nella trappola tesa da pubblicità, offerte e saldi “irrinunciabili”. Un viaggio – almeno questo lo si può fare, nonostante i confini chiusi e la maggior parte degli aerei a terra da mesi – alla riscoperta delle cose più essenziali e del rifiuto dell’acquisto compulsivo dettato dall’emotività. Proviamoci.

C’è chi ci ha già provato in maniera più o meno drastica (http://ecoscienti.org/2018/08/16/vivere-senza-shopping-3-racconti-di-chi-ha-provato/) e ho voglia di farcela anch’io, una piccola parte nello spettacolo che voglio sia il cambiamento della mia vita.

Un anno, una vita e una pandemia dopo

Era finito abbandonato tra le ragnatele della mia mente, messo da parte come i tanti rossetti rossi che mi dimentico in giro nei cassetti del bagno. Mi sono ricordata di avere questo blog solamente qualche mese fa, quando mi sono ritrovata qualche decina di euro in meno sulla debit card per il rinnovo annuale dell’iscrizione a WordPress. Ultimo articolo pubblicato: un anno fa. Followers (si dice followers anche per WordPress, vero?): una ventina. Commenti e mi piace ai miei articoli: una manciata.
Per me un grande successo, visto che è stata la prima esposizione delle mie elucubrazioni al mondo e sinceramente già il fatto che qualche collega di blog si fosse preso la briga di leggermi mi sembrava tanto.
A quel punto, il blocco totale: i mesi successivi diventano un vortice di impegni in cui vengo risucchiata senza pietà dal lavoro, le fiere, i viaggi, i doveri; la mancanza di tempo diventa un alibi perfetto per non venire a patti con quello che è realmente: mancanza di motivazione e di stimoli; la scrittura mi va improvvisamente a noia, non ho più voglia di raccontare i miei viaggi e la routine mi riafferra per le spalle, riportandomi alla solita vita da automa, che indosso di nuovo come una tuta vecchia e logora che però ci si è ormai abituati a portare.

Fast forward a giugno 2021.

Il lockdown dovuto alla pandemia butta per aria le vite di tutti, compresa la mia, costringendomi a fare i conti con un’abbondanza di tempo mai avuta nell’età adulta. Costretta in casa e senza niente da fare (la mia azienda non ha mai implementato lo smart working) i pilastri che reggevano il mio castello di scuse hanno iniziato a sbriciolarsi come fossero di sabbia (parafrasando Viva La Vida dei Coldplay “and I discovered that my castles stand upon pillars of salt and pillars of sand”), facendomi vedere chiaramente che l’unico ostacolo sulla via che porta a quello che vorrei fare realmente, cioè scrivere, sono io. Durante la quarantena ricomincio a leggere, a frequentare corsi di scrittura online, inizio lo studio di una quarta lingua straniera e invio ad una rivista una lunga riflessione sulle infinite possibilità di reinventarci che ci offre questo periodo: la mia riflessione viene pubblicata e vedere le mie parole stampate su carta mi restituisce la mia feroce motivazione.

Non ci saranno più solo i viaggi, non soltanto per l’impossibilità quasi totale di muoversi allo stato attuale delle cose, ma tante altre riflessioni su diversi argomenti  che ho approfondito ultimamente, dando un’altra chiave di lettura al mio essere sempre unsettled, la cui definizione che preferisco è tra quelle del Cambridge dictionary, “not having a regular path”.

 

 

Come si raggiunge un’isola che non c’è? L’isola di Wight.

“Ma esiste davvero?”

Questa la prima domanda che ci hanno rivolto dopo aver saputo qual era la nostra meta; non una, non due, ma ben tre persone.

A quanto pare tutti l’hanno sentita nominare in una famosa canzone italiana degli anni ’70, ma non tutti sono certi della sua esistenza.

Vi garantisco invece che oltre ad essere reale è anche meravigliosa.

L’isola è una sorta di rombo spaccato a metà dal fiume Medina. Non è così lontana, ma arrivarci richiede tempo e diversi cambi di mezzi, soprattutto visto che non ha un aeroporto che preveda voli commerciali diretti: prima l’aereo Venezia-Gatwick, il treno da Hove (dove ci fermiamo una notte) a Portsmouth (https://www.southernrailway.com/) e il ferry da Portsmouth all’approdo a Rye (https://www.wightlink.co.uk/), seguito infine da una mini tratta in piccolo trenino che percorre il lungo pontile.

Noi abbiamo scelto Newport come base per la sua posizione proprio al centro dell’isola. Da lì si apre un ventaglio di possibilità, visto che l’isola è abbondantemente servita da piste ciclabili che attraversano campi e boschi.

Tante tappe in pochi giorni, scenari da fine del mondo, valige rubate e ritrovate, repentini cambi meteorologici e un incontro con Babbo Natale, appassionato dell’impero romano, su un autobus.

Curiosi? Sì, ne vale davvero la pena…

Verso una nuova meta

È venerdì sera e sono a casa, stanca; troppo stanca per la mia età. Mi viene in mente l’ultimo viaggio a Dubai, cinque mesi fa: un viaggio di lavoro senza un giorno libero, né prima né dopo. Un viaggio di lavoro con orario fisso, dalle due alle dieci di sera: la mattina in giro per i souk di Dubai, sand board nel deserto di Lahbab, in gommone ad ammirare il Burj Al Arab dal mare, con la costante di almeno 30 gradi; il tempo di una doccia veloce per togliersi la sabbia rossa di dosso e di corsa al lavoro, poi cena con vista e a dormire, mai prima dell’una. Eppure non c’è stato un momento in cui mi sia sentita stanca, immersa com’ero nel caleidoscopio di luci, colori e spezie di Dubai; addirittura un mezzogiorno mentre mi riposavo un’ora dopo l’escursione nel deserto, pensavo a quanto quell’unica ora al fresco della camera d’hotel fosse sprecata e che avrei potuto rimanere ancora sotto il sole cocente, una palla di fuoco che incendiava la sabbia, invece di starmene chiusa tra quattro pareti. Ritmi serrati per cinque giorni, eppure mai un accenno di volermi fermare, avida di nuove esperienze e paesaggi.

Adesso otto ore davanti al computer mi sfiniscono, un semaforo rosso mi fa perdere la testa, qualsiasi contrarietà mi infastidisce: a Dubai la prima notte l’hotel ci ha spedito in un altro della stessa catena a causa di un overbooking, a mezz’ora di distanza, verso l’international city di Dubai, causando una serie di imprevisti uno peggiore dell’altro; eppure, io ridevo.

Adesso, mi ritrovo al venerdì sera a sognare solamente il divano, i libri e l’ennesima fuga, non la soluzione, ma un cerotto temporaneo fino all’ennesimo lunedì o fino ad un cambio di strada, un’inversione di marcia che voglio ormai da troppo tempo e che mi porti ad una nuova meta dagli orizzonti molto più vasti delle mura dell’ufficio.

Lost in Hong Kong 🇭🇰

Ennesimo viaggio di lavoro ad Hong Kong, il sesto. La città negli anni l’ho girata, ho visto quel che si riusciva nelle poche ore libere serali e messo una crocetta sui must turistici (la salita al Peak con il tram che viaggia un diagonale con vista sulla baia, la traversata da Kowloon all’isola di Hong Kong sullo Star ferry, un giro al Ladies market per contrattare sul prezzo delle cianfrusaglie che acquisto come souvenir, eccetera). Stasera, complice una serata in solitaria, mi sono lasciata ispirare per la scelta del ristorante dalla fidata Lonely Planet pocket, ormai logora e piena di scarabocchi, appunti e biglietti del treno tra le pagine.

Kin’s kitchen. Cibo tradizionale, si spende poco ed è a cinque minuti a piedi dal mio hotel, la mia penna lo cerchia con un unico movimento fluido. Hong Kong spesso nasconde i ristoranti nei palazzi e quindi mi ritrovo in un ingresso molto simile ad una reception di qualche complesso di uffici, con tanto di portiere che non fa caso a me. L’ascensore si apre al quinto piano direttamente dentro al ristorante e capisco di avere fatto la scelta giusta non appena mi accorgo di essere l’unica occidentale, salvo una coppia che a occhio e croce definirei tedesca.

Mi accomodo verso una tavola a centro sala da sei, da sola, ma gli altri avventori non sembrano stupirsi di una straniera che mangia in solitaria.

Ordino deep fried tofu per iniziare e come main course un vegetable stir fry. Intanto, mi guardo intorno, le tavole sono tutte rotonde e con tovaglia bianca, in stile pranzo di matrimonio all’italiana, attorniate da sedie imbottite rosso scuro con alti schienali; appese al soffitto bianche gabbie per uccelli con all’interno bocce con pesci rossi: bizzarro, ma ad Hong Kong impari subito che tutto può succedere.

Incuriosita dal condimento arancione che mi arriva con il tofu fritto, chiedo spiegazioni al cameriere che però non parla inglese; diversamente abituata agli altri ristoranti con ampia risonanza tra i turisti occidentali dove vado di solito per lavoro dove tutti parlano inglese, stasera l’idea di non essere capita mi piace.

Probabilmente esasperati dalle mie domande, mi mandano fuori dalla cucina il cuoco, Lau Chun che mi spiega che il condimento altro non è fatto che con fagioli di soia, mostrandomi anche un video su Netflix sulla preparazione; Lau mi racconta anche che il tofu viene da una zona, Chiu Chow, a 4 ore di distanza da Hong Kong e che è fatto a mano, arrivando al ristorante pronto per essere fritto, una delizia. Ringraziandolo durante i saluti finali, scopre che sono italiana e si affretta a dirmi che la settimana prima ha organizzato una cena accompagnata da vini italiani, mostrandomi anche l’aceto balsamico di una qualche tenuta agricola del centro Italia e invitandomi a tornare se non so dove andare a cena nelle serate successive.

Questa cena mi lascia un sorriso e la soddisfazione di essermi ritagliata una serata per me per assaporare un Hong Kong finalmente diversa da quella a cui sono abituata.

NBA? Yes, please!

Uno dei miei film preferiti rimarrà sempre “Il principe cerca moglie”, avete presente no?

Durante la scena in cui Akeem va ad una partita di basket con Lisa, mi chiedevo sempre se effettivamente andare a qualche incontro sportivo in America avesse effettivamente tutta quell’allure che i film americani dipingono: gli hot dog con la striscia di senape a forma di serpente, le mani giganti in gommapiuma e l’esaltazione ad ogni azione.

No, non è così: è ancora meglio.

In autunno sono andata per lavoro a Miami per la prima volta. Ecco, immaginate una persona totalmente disinteressata a qualsiasi evento sportivo e cercate di capire il mio scarsissimo entusiasmo quando mi hanno proposto di andare ad una partita di NBA: Miami Heat vs Charlotte Hornets. Va bene, andiamo.

Burnie, la mascotte, comincia a girare e ballare tra gli spalti mentre la American Airlines Arena si riempie di spettatori carichi di vassoi di nachos e chicken wings; su ogni poltroncina è appoggiata una maglietta bianca con scritto Let’s go Heat” da indossare per dare supporto alla squadra. L’inno nazionale e il solenne silenzio sugli spalti, la presentazione della squadra al buio con i lanciafiamme che sparano al nome di ogni giocatore, e gli intervalli con un gruppo di anziani che ballano furiosi Cardi B sono solo l’inizio.

Burnie in azione durante l’intervallo.

Le azioni vengono scandite dalla musica, dalle incitazioni sul maxi schermo (“Let’s go heat”) dai De-fense ritmati, ma soprattutto dai supporters. Ad ogni canestro (soprattutto se fatto dal numero 3, Dwayne Wade) gli spalti tremano e sembrano crollare; perfino io divento euforica ad ogni azione, galvanizzata dalla folla di gente che sbraccia, urla e batte sulle sedie quando contesta le decisioni dell’arbitro; il contesto rispecchia in maniera meravigliosamente realistica i film e supera ogni mia aspettativa, se possibile.

Infatti le 3 ore volano e assurdamente mi ritrovo a dispiacermi che sia tutto finito… un’esperienza assolutamente da fare!

Ps sì, mi sono comprata la mano gigante di gommapiuma!

Risate e arte nella capitale…

Dal sole di Dubai al cielo plumbeo di Roma. E’ lì che ho passato il Ponte dell’Immacolata quest’anno, ospite di mia cugina che da anni mi ripete come sia possibile che io non abbia mai visto la capitale in vita mia. Eppure. Questa volta, complice il weekend lungo e la solita voglia di partire particolarmente acuta durante i grigi mesi invernali, ho deciso di prendere un treno dopo lavoro e andarmene. Arrivata a Termini facce sorridenti che mi aspettano, conosciute e non. La grande accoglienza.

Nonostante la stanchezza, ritrovo energia quando facciamo un piccolo giro notturno della città: San Pietro e il Passetto, la vista di Roma dal Gianicolo e un abbraccio visivo generale di quello che riesco a vedere dalla macchina con i miei occhi affamati.

Venerdì è prevista la partenza del mio tour de force romano, ma, complice la stanchezza e la chiaccherata che va per le lunghe, non riusciamo ad uscire di casa prima delle undici. Partiamo dalla fontana di Trevi, gremita di turisti che si fanno i selfie mentre lanciano le monetine in acqua, per poi arrivare a Piazza Navona, dove finalmente riesco a vedere la fontana dei Fiumi di Gian Lorenzo Bernini (1598-1680) che su di me ha sempre esercitato molto più fascino rispetto a quella di Trevi: eccola lì, con le sue quattro figure umane che rappresentano il Nilo, il Gange, il Rio de la Plata e il Danubio, i grandi fiumi dei quattro continenti noti all’epoca. Ai tempi del liceo rimanevo sempre attonita a fissare sui libri l’eleganza e i curatissimi dettagli delle opere di Bernini, dai muscoli in tensione dei corpi ai drappi dei vestiti che si appoggiano morbidamente ai piedi delle statute; ritrovarmici davanti oggi è incredibile, spalanco gli occhi e cerco di imprimere l’immagine che ho davanti nella memoria. Mi ha sempre fatto sorridere la leggenda che vuole che la statua raffigurante il Nilo si copra gli occhi per non vedere la chiesa di Sant’Agnese in Agone, situata di fronte, opera del Borromini (1599-1667), grande rivale del Bernini. Allo stesso modo, la statua del Rio de la Plata terrebbe alzato un braccio per ripararsi da un possibile crollo della chiesa. C’e da dire però che la fontana fu terminata prima che venisse costruita la chiesa, sicchè si tratta, appunto, di una leggenda. Resto affascinata e ancora incredula ad osservare l’acqua dentro la vasca, prima di andare a visitare la chiesa di Sant’Agnese, San Luigi dei Francesi (una bellissima chiesa barocca della comunità francese, dove è possibile vedere gratuitamente tre dipinti di Caravaggio del ciclo pittorico su San Matteo: la Vocazione di San Matteo, il Martirio di San Matteo e San Matteo e l’angelo, imperdibili) e la piccola chiesa di S. Barbara ai Librari (dalle parti di Campo de’ Fiori), una gemma incastrata in una piccola piazzetta che scopro per caso; adibita per molti anni ad uso magazzino, pochi decenni fa è stata restaurata e riaperta ai fedeli e ospita un magnifico trittico del 1450 di Leonardo da Roma, raffigurante Madonna con bambino con San Giovanni Battista e l’arcangelo Michele.

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Due dei dipinti di Caravaggio dentro la chiesa di San Luigi dei Francesi

Roma è così: ti fermi ad ogni metro perché c’è qualcosa di meraviglioso che non ti aspetti. Stasera c’è in programma una cacio e pepe a Trastevere; stanche, saliamo sul tram schiacciate in mezzo alla folla, ridendo come due bambine emozionate, verso la prossima meta.

 

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La fontana dei Fiumi in Piazza Navona

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Il trittico dentro S. Barbara

 

 

 

Baby be a giant, let the world be small… la vista dal 148esimo piano del Burj Khalifa.

Uscita dall’ascensore mi sento leggermente instabile sulle gambe. Immagino sia normale, visto l’arrivo al 124esimo piano in 60 secondi netti. Il minuto di salita è stato al buio, con la proiezione sulle pareti dell’ascensore di tutti gli edifici che in quel momento stavamo superando in altezza: la Torre Eiffel, il Big Ben,.. e poi le nuvole.. e sopra le nuvole, il Burj Khalifa.

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Il Burj Khalifa, 828 mt.

E’ qui che mi trovo, al 124esimo piano dell’edificio più alto del mondo, in attesa del secondo ascensore per arrivare alla piattaforma di osservazione al 148esimo piano, 555 metri. Praticamente, in cima al mondo. Alto 828 metri, il Burj Khalifa è stato inaugurato nel 2010, solamente sei anni dopo l’inizio dei primi scavi; impressionante pensare che nella fase di picco della costruzione, si trovassero in cantiere più di 12.000 operai. L’architettura alla base è un’astrazione del fiore Hymenocallis, ovvero tre elementi disposti intorno ad un core centrale, simbolo del Burj Khalifa, che rende la forma della struttura molto elegante, nonostante l’enormità.

Per vedere Dubai dall’alto del Burj Khalifa si può scegliere tra due opzioni: la vista dal 124esimo piano (At the top, il biglietto costa 125 dirham, circa 30 euro) oppure quella dal 148esimo con inclusa la visita guidata (At the top sky, 500 dirham, circa 120 euro a persona, www.burjkhalifa.ae); la seconda è una sorta di vip experience: si comincia con l’attesa della guida in una lounge dove ti vengono offerti biscottini e un delizioso thè ai chiodi di garofano, si prosegue con la salita guidata dove vengono raccontate (ed illustrate a video) le varie fasi della costruzione, per poi terminare nel salottino al 148esimo piano con vista mondo.

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La Dubai fountain vista dall’alto.

Non esattamente economico il prezzo del biglietto, ma si ripaga da sè al primo sguardo dalle vetrate e dalla terrazza panoramica: gli altissimi grattacieli di Dubai sembrano dei piccoli Lego e davvero si riesce a dominare il mondo con gli occhi. Un’emozione che non si riesce a descrivere e un’esperienza assolutamente irrinunciabile, promesso.

Nota: la Emaar Properties ha iniziato in ottobre la costruzione di The Tower, un nuovo edificio che sarà più alto del Burj Khalifa e che dovrebbe essere completato in tempo per Dubai Wolrd Expo nel 2020 (http://www.telegraph.co.uk/travel/destinations/middle-east/united-arab-emirates/dubai/articles/new-dubai-skyscraper-to-surpass-the-worlds-tallest-building/). Perchè, onestamente, solo Dubai può superare Dubai.

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In cima al mondo.