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Marzo 2020 – marzo 2021: un anno senza vestiti nuovi.

Un anno intero senza comprare nessun capo di abbigliamento nuovo, biancheria esclusa. Possibile?

Premessa: come quei quattro lettori che hanno letto i miei post sapranno, lavoro nel settore del lusso, il che rende abbastanza ovvio il perché in determinate occasioni mi devo vestire in modo assolutamente impeccabile. Il che, unito alla pressione costante di essere giudicata prima di tutto per il mio aspetto e al continuo canto delle sirene rappresentato dal consumismo, mi ha sempre fatto aprire il portafoglio abbastanza velocemente quando si trattava di abbigliamento, accessori e cosmetica (scarpe col tacco da ottocento euro al paio? Colpevole, vostro onore! Tre paia!).

Durante la quarantena, come chiunque abbia usato questo tempo in maniera fruttuosa per rimettere in discussione la propria vita – un regalo che non ci siamo mai potuti fare prima – ho iniziato a riflettere su molte cose, soprattutto sul superfluo che mi circondava e sull’indispensabile che invece mi mancava.

Spunti di riflessione offerti da qualche film, documentari guardati di notte con avidità e frammenti di vecchie conversazioni che mi sono tornati in mente e che ho voglia di iniziare a condividere prossimamente, mi hanno portata sulla strada più difficile, quella della sfida contro me stessa e tutte le mie debolezze e imperfezioni di essere umano: niente scarpe, abbigliamento e accessori nuovi fino a marzo 2021. Cosmetici – ho la fissa da sempre dei rossetti rossi – che mi è consentito comprare: fondotinta, mascara e matita per le sopracciglia. Nient’altro. Per un anno. La spinta motivazionale è molto forte e conto sul supporto di un paio di ottimi libri in cui mi sono imbattuta in questi ultimi mesi. Ovviamente, sono consapevole che ci saranno momenti in cui il richiamo delle vetrine sarà assordante, ma sono determinata a non cascare nella trappola tesa da pubblicità, offerte e saldi “irrinunciabili”. Un viaggio – almeno questo lo si può fare, nonostante i confini chiusi e la maggior parte degli aerei a terra da mesi – alla riscoperta delle cose più essenziali e del rifiuto dell’acquisto compulsivo dettato dall’emotività. Proviamoci.

C’è chi ci ha già provato in maniera più o meno drastica (http://ecoscienti.org/2018/08/16/vivere-senza-shopping-3-racconti-di-chi-ha-provato/) e ho voglia di farcela anch’io, una piccola parte nello spettacolo che voglio sia il cambiamento della mia vita.

Know your worth

Dopo due mesi in cui ho allegramente snobbato WordPress, eccomi di nuovo qui con un po’ di tempo tra le mani (Dio, quanto amo la domenica mattina) per poter finalmente scrivere qualcosa di nuovo, che esula un po’ dal mio progetto di un anno senza acquisti di abiti nuovi, anche se va comunque a comporre un tassello del mio progetto più ampio di cambiare vita. Dunque..

Questi ultimi due mesi, oltre a tentare di sopravvivere al lavoro (professione: export manager nel settore dei beni di lusso), li ho dedicati alla lettura. Visto che, mi vergogno ad ammetterlo, per due anni ho a malapena aperto un libro (sì, mi era passata perfino la voglia di impegnarmi a leggere un libro dalla prima all’ultima pagina: ecco cosa succede a farsi imbruttire da una vita di routine in cui ogni giorno è uguale a quello precedente e pure al successivo) adesso sto cercando di recuperare, lavoro permettendo. Carta alla mano, ho fatto razzia su Amazon di libri sul personal development, cercando qualche spunto per migliorare la mia situazione lavorativa, personale e finanziaria ma anche – lo ammetto – il mio carattere. D’altra parte, se non ci si mette in discussione a trent’anni quando qualcosa su come va il mondo un po’ lo si è capito, quando? Cambiare approccio alla vita ma, soprattutto, cambiare proprio vita, ovvero iniziare a lavorare ai miei progetti in maniera concreta (no, non voglio lavorare in ufficio per i prossimi trent’anni).

Un libro che mi ha particolarmente ispirato in queste due settimane è “Smart women finish rich” di David Bach (davidbach.com) autore finanziario di dieci bestsellers del New York Times, nonché motivational speaker, imprenditore e personaggio televisivo. Indirizzato alle donne che vogliono prendere in mano il proprio destino finanziario, il libro offre diversi spunti e consigli, tra cui il primo che ho deciso di mettere in pratica un paio di giorni fa.

Dunque ..Capitolo ottavo, i dodici comandamenti per attrarre ricchezza. Affronto questo capitolo dal titolo biblico con una tazza di tè in mano e comincio a leggere; il primo di questi comandamenti è don’t accept less than what you are worth (il libro l’ho comprato in lingua originale), ovvero non accettare meno di quel che vali. Risata amara. Come se non sapessi già di non essere pagata a sufficienza per il mio ruolo. Eppure, ho mai chiesto un aumento di stipendio? No. Ho continuato a lamentarmi, sperando che l’aumento mi piovesse in testa quasi per caso? Sì. Eppure, David lo conferma, la realtà del mondo del lavoro è che non ottieni quasi mai più di quello che chiedi, quindi chiedi poco e otterrai poco. Non è fisica quantistica, ma un concetto abbastanza semplice: smettila di essere accomodante e chiedi un dannato aumento, ask for a raise (secondo comandamento).

Bene, dopo una settimana in cui le parole del libro hanno continuato a rigirarmi in testa, l’ho fatto. Sono entrata in ufficio dal mio capo e gli ho chiesto un aumento (al momento siamo in fase di trattativa), senza tanti giri di parole. Mi serviva un libro per sottolineare una cosa che so da almeno tre anni? Probabilmente sì, visto che vedere scritto nero su bianco quante donne accettino una busta paga più leggera di quello che meritano mi ha dato decisamente una svegliata e mi ha fatto decidere di lanciarmi a testa bassa per provare ad afferrare quello che mi spetta. Thanks, David.

Il repulisti prevacanza

La settimana scorsa, prima di partire per le tanto agognate vacanze, (scrivo da sotto un ulivo, nascosta in un giardino circondato da un muro in sasso, ben protetta dal resto del mondo e con il secondo bicchiere di mimosa in mano. Se non è vita questa!) ho finalmente deciso di aprire gli scatoloni del trasloco che giacevano abbandonati da cinque anni in garage.

Mi si è presentato davanti agli occhi un altro guardaroba completo, mancava solo la biancheria intima: vorrei che fosse un’ iperbole, ma purtroppo non lo è; jeans di dieci anni fa che non ricordavo di avere e che ancora mi piacciono (se ci entro ancora o no quello è tutto un altro discorso…), magliette di cui non solo non ricordavo l’esistenza, ma che non rammento nemmeno di aver mai comprato (forse qualche buon vicino le ha depositate negli scatoloni nottetempo?), foulards e borse mai indossati, maglioni nuovi, pure quelli. Sospiro.

Vi è mai successo di trovarvi circondati da pile e pile di roba che vi hanno fatto provare un senso di nausea e la sensazione di essere sopraffatti dal casino, sia fisico che mentale? Orribile.

Ho preso una decisione in fretta: salvi i jeans strappati e un top nero con fantasia pitonata mai indossato (detesto il pitonato, ancora mi domando in quale momento di follia l’abbia mai comprato!), tutto il resto pronto ad essere venduto al mercatino dell’usato vicino a casa o dato in beneficenza. Che liberazione!

Buone ferie a tutti, soprattutto a chi vuole sentirsi più leggero, libero dalle inutili zavorre che non solo ci scegliamo da soli, ma per le quali buttiamo via anche un sacco di soldi.

Il mio primo compleanno responsabile

Finalmente sono arrivate le ferie: tre settimane e mezza (la prima settimana la calcolo a metà, visto che sono dovuta rientrare in ufficio per fantomatiche “emergenze” e il resto del tempo a casa avevo l’iPad aziendale sempre in mano!) di tranquillità e, soprattutto, tanto tempo per farmi i fatti miei.

Oltre alle ferie è arrivato anche il mio compleanno. Ovviamente, visto che si tratta del primo compleanno in cui non posso acquistare nessun vestito nuovo (siamo ufficialmente al sesto mese di astinenza, quindi a metà del progetto) e di conseguenza dedicarmi all’autocelebrazione con una shopping spree a negozi, me ne sono rimasta tranquilla a godermi solamente la compagnia delle persone che avevo intorno. C’è stato, a onor del vero, un momento in cui ho pensato di barare: degli amici mi hanno regalato una gift card da spendere alla Decathlon dove, manco a farlo apposta, ho trovato una bellissima nuova linea di magliette da trekking (in cotone riciclato, peraltro!). Con la mia gift card stretta in mano, ho valutato le seguenti due scappatoie al mio regime anti spesa autoimposto:

1. “Sono magliette da trekking, quindi niente di frivolo, ma anzi si tratta di cose utili, comprale”: non appena il mio cervello ha provato a imboccare questa scorciatoia, mi sono data della sciocca da sola; di magliette per fare trekking ne ho quattro o cinque a casa, quindi sono più che sufficienti. Era solo una scusa perché mi piacevano QUELLE magliette nuove, ben esposte sullo scaffale.

2. “Hai in mano una gift card, un regalo, quindi stai spendendo soldi non tuoi; soldi che esulano dal tuo portafoglio e, di conseguenza, anche dal tuo progetto; comprale”. Balle. Che i soldi siano miei, un regalo o trovati sul marciapiede, sono comunque soldi che spenderei in cose non necessarie, un acquisto dettato da un impulso momentaneo, da un desiderio indotto dal negozio, che mi ha piazzato le magliette nuove giusto davanti agli occhi. No.

Com’è andata a finire? Ho girato le spalle alle magliette (con un sospiro, lo ammetto!) e ho pescato dalla mia vecchia lista dei desideri più profondi, comprando quello che non ho mai osato regalarmi prima: un paio di rollerblades, così anziché spendere per ammucchiare ancora vestiti nell’armadio per il capriccio di un momento, mi sono comprata qualcosa che volevo veramente e che mi fa pure bene (sempre se non cado di faccia!). Sono uscita soddisfatta e forte, consapevole di aver dominato un momento di debolezza in maniera intelligente.

Ecco il mio desiderio di compleanno di quest’anno strampalato: più esperienze e meno acquisti a caso. E mi sta piacendo davvero!

1. Iniziò così…

L’arrivo di luglio segna ufficialmente l’entrata nel quinto mese del mio progetto, un anno intero senza acquistare vestiti nuovi, scarpe incluse.

Voglio cominciare dall’inizio e condividere la storia di questo progetto, ma soprattutto, i motivi alla base di questa decisione. Inizio marzo, suppergiù, inizia il lockdown: gli italiani rimarranno chiusi in casa, salvo spostamenti essenziali per i successivi due mesi. Dopo le prime settimane in cui non si capiva pressoché nulla di quello che stava succedendo e la preoccupazione principale era procurarsi il cibo (con annesso panic buying di farina e lievito di birra in tutta la penisola), ho cominciato ad adattarmi velocemente alla situazione; anzi, di più, la quarantena ha iniziato a piacermi sul serio. Tempo, tanto tempo mai avuto prima nella mia età adulta (magari rimanere bambini per sempre, con tre mesi di vacanze estive ogni anno!). Mi sono iscritta ad un’università online e ho seguito dei corsi che mi interessavano; ho acquistato un regalo di Natale (circa € 12!) per una persona a cui voglio bene, un bel regalo ragionato in base ai suoi gusti, senza ritrovarmi come ogni anno ad arraffare un oggetto qualsiasi dagli scaffali di un negozio in mezzo alla massa di gente isterica la settimana prima di Natale, tanto per avere un pacchetto in mano al momento dello scambio dei regali (che razza di senso ha, in effetti, farsi regali in questo modo? Un regalo dovrebbe dire “Io ti penso” a chi lo riceve e dovrebbe essere un piacere per chi lo fa, non una fonte di stress aggiuntivo); ho affrontato l’alta pila di libri mai letti che tenevo ammucchiata in sgabuzzino a prendere polvere. Ma soprattutto, mi sono fermata a pensare, tanto. Ovviamente, poiché eravamo tutti chiusi in casa senza occasioni mondane all’orizzonte, di certo non ero l’unica totalmente disinteressata allo shopping sui siti di e-commerce di abbigliamento. E Dio solo sa quanto io adori i vestitini estivi floreali. Quello su cui ho maggiormente riflettuto, piuttosto, erano le mie sensazioni al riguardo: lo shopping non mi mancava assolutamente, nemmeno l’idea di poter fare una lunga passeggiata per negozi una volta finita la quarantena mi attirava più così tanto. Perché? In fin dei conti, lo shopping mi è sempre piaciuto; certo, non sono una di quelle persone che aspetta il sabato pomeriggio per fiondarsi in centro, ma un giro a negozi non l’ho mai disdegnato.

Il motivo è talmente semplice da essere quasi banale, anche se ci sono arrivata dopo diverso tempo: l’isolamento coatto in casa ha eliminato momentaneamente dalla mia vita tutto ciò che era superfluo e, rivelazione, mi ci sono trovata bene. Le uniche cose che potevo fare in casa erano le cose che in realtà mi interessavano davvero: leggere, informarmi, guardare documentari sui Paesi del mondo e scrivere (ovviamente, viaggi a parte; ma leggere e scrivere non sono forse solamente un modo diverso di viaggiare?). Attività del tutto gratuite. Dunque, se la maggior parte delle attività che mi rendono appagata sono a costo zero, perché investo il mio tempo e i miei soldi per acquistare degli oggetti non solo dispendiosi, ma che non mi rendono felice, a parte la solita ebbrezza momentanea post acquisto? Che senso ha avuto aver speso tutto quello che ho speso finora in scarpe, gioielli e vestiti (fidatevi, sono tanti!)?

Semplicemente, fin da quando siamo piccoli ci viene inculcato il mito del consumismo: consuma e sarai felice, gratificati, fatti un regalo. Ma ve le riuscite ad immaginare le risate che si fanno i pubblicitari alle nostre spalle? Lanciano l’amo sapendo già che abboccheremo.

In quarantena ho capito che l’unico regalo che possiamo fare a noi stessi è il tempo e non oggetti inutili con cui sovraffollare le nostre case fino alla claustrofobia. Per questo ho deciso di dare un freno all’acquisto impulsivo fatto sull’onda dell’emozione, per evitare di sovraccaricarmi ancora di paccottiglia inutile che acquistavo per gratificarmi. I mesi di quarantena sono stati ovviamente facili, la vera sfida sta arrivando adesso: ormai ci si muove praticamente in totale libertà, le giornate sono calde e mangiare un gelato guardando le vetrine è un buon modo per chiacchierare con le amiche; inoltre, le mie colleghe parlano di organizzare un giro ad outlets. Resistere sarà certamente più difficile, ma senza dubbio rende la sfida più stimolante.

Un anno, una vita e una pandemia dopo

Era finito abbandonato tra le ragnatele della mia mente, messo da parte come i tanti rossetti rossi che mi dimentico in giro nei cassetti del bagno. Mi sono ricordata di avere questo blog solamente qualche mese fa, quando mi sono ritrovata qualche decina di euro in meno sulla debit card per il rinnovo annuale dell’iscrizione a WordPress. Ultimo articolo pubblicato: un anno fa. Followers (si dice followers anche per WordPress, vero?): una ventina. Commenti e mi piace ai miei articoli: una manciata.
Per me un grande successo, visto che è stata la prima esposizione delle mie elucubrazioni al mondo e sinceramente già il fatto che qualche collega di blog si fosse preso la briga di leggermi mi sembrava tanto.
A quel punto, il blocco totale: i mesi successivi diventano un vortice di impegni in cui vengo risucchiata senza pietà dal lavoro, le fiere, i viaggi, i doveri; la mancanza di tempo diventa un alibi perfetto per non venire a patti con quello che è realmente: mancanza di motivazione e di stimoli; la scrittura mi va improvvisamente a noia, non ho più voglia di raccontare i miei viaggi e la routine mi riafferra per le spalle, riportandomi alla solita vita da automa, che indosso di nuovo come una tuta vecchia e logora che però ci si è ormai abituati a portare.

Fast forward a giugno 2021.

Il lockdown dovuto alla pandemia butta per aria le vite di tutti, compresa la mia, costringendomi a fare i conti con un’abbondanza di tempo mai avuta nell’età adulta. Costretta in casa e senza niente da fare (la mia azienda non ha mai implementato lo smart working) i pilastri che reggevano il mio castello di scuse hanno iniziato a sbriciolarsi come fossero di sabbia (parafrasando Viva La Vida dei Coldplay “and I discovered that my castles stand upon pillars of salt and pillars of sand”), facendomi vedere chiaramente che l’unico ostacolo sulla via che porta a quello che vorrei fare realmente, cioè scrivere, sono io. Durante la quarantena ricomincio a leggere, a frequentare corsi di scrittura online, inizio lo studio di una quarta lingua straniera e invio ad una rivista una lunga riflessione sulle infinite possibilità di reinventarci che ci offre questo periodo: la mia riflessione viene pubblicata e vedere le mie parole stampate su carta mi restituisce la mia feroce motivazione.

Non ci saranno più solo i viaggi, non soltanto per l’impossibilità quasi totale di muoversi allo stato attuale delle cose, ma tante altre riflessioni su diversi argomenti  che ho approfondito ultimamente, dando un’altra chiave di lettura al mio essere sempre unsettled, la cui definizione che preferisco è tra quelle del Cambridge dictionary, “not having a regular path”.

 

 

Come si raggiunge un’isola che non c’è? L’isola di Wight.

“Ma esiste davvero?”

Questa la prima domanda che ci hanno rivolto dopo aver saputo qual era la nostra meta; non una, non due, ma ben tre persone.

A quanto pare tutti l’hanno sentita nominare in una famosa canzone italiana degli anni ’70, ma non tutti sono certi della sua esistenza.

Vi garantisco invece che oltre ad essere reale è anche meravigliosa.

L’isola è una sorta di rombo spaccato a metà dal fiume Medina. Non è così lontana, ma arrivarci richiede tempo e diversi cambi di mezzi, soprattutto visto che non ha un aeroporto che preveda voli commerciali diretti: prima l’aereo Venezia-Gatwick, il treno da Hove (dove ci fermiamo una notte) a Portsmouth (https://www.southernrailway.com/) e il ferry da Portsmouth all’approdo a Rye (https://www.wightlink.co.uk/), seguito infine da una mini tratta in piccolo trenino che percorre il lungo pontile.

Noi abbiamo scelto Newport come base per la sua posizione proprio al centro dell’isola. Da lì si apre un ventaglio di possibilità, visto che l’isola è abbondantemente servita da piste ciclabili che attraversano campi e boschi.

Tante tappe in pochi giorni, scenari da fine del mondo, valige rubate e ritrovate, repentini cambi meteorologici e un incontro con Babbo Natale, appassionato dell’impero romano, su un autobus.

Curiosi? Sì, ne vale davvero la pena…

Verso una nuova meta

È venerdì sera e sono a casa, stanca; troppo stanca per la mia età. Mi viene in mente l’ultimo viaggio a Dubai, cinque mesi fa: un viaggio di lavoro senza un giorno libero, né prima né dopo. Un viaggio di lavoro con orario fisso, dalle due alle dieci di sera: la mattina in giro per i souk di Dubai, sand board nel deserto di Lahbab, in gommone ad ammirare il Burj Al Arab dal mare, con la costante di almeno 30 gradi; il tempo di una doccia veloce per togliersi la sabbia rossa di dosso e di corsa al lavoro, poi cena con vista e a dormire, mai prima dell’una. Eppure non c’è stato un momento in cui mi sia sentita stanca, immersa com’ero nel caleidoscopio di luci, colori e spezie di Dubai; addirittura un mezzogiorno mentre mi riposavo un’ora dopo l’escursione nel deserto, pensavo a quanto quell’unica ora al fresco della camera d’hotel fosse sprecata e che avrei potuto rimanere ancora sotto il sole cocente, una palla di fuoco che incendiava la sabbia, invece di starmene chiusa tra quattro pareti. Ritmi serrati per cinque giorni, eppure mai un accenno di volermi fermare, avida di nuove esperienze e paesaggi.

Adesso otto ore davanti al computer mi sfiniscono, un semaforo rosso mi fa perdere la testa, qualsiasi contrarietà mi infastidisce: a Dubai la prima notte l’hotel ci ha spedito in un altro della stessa catena a causa di un overbooking, a mezz’ora di distanza, verso l’international city di Dubai, causando una serie di imprevisti uno peggiore dell’altro; eppure, io ridevo.

Adesso, mi ritrovo al venerdì sera a sognare solamente il divano, i libri e l’ennesima fuga, non la soluzione, ma un cerotto temporaneo fino all’ennesimo lunedì o fino ad un cambio di strada, un’inversione di marcia che voglio ormai da troppo tempo e che mi porti ad una nuova meta dagli orizzonti molto più vasti delle mura dell’ufficio.

Lost in Hong Kong 🇭🇰

Ennesimo viaggio di lavoro ad Hong Kong, il sesto. La città negli anni l’ho girata, ho visto quel che si riusciva nelle poche ore libere serali e messo una crocetta sui must turistici (la salita al Peak con il tram che viaggia un diagonale con vista sulla baia, la traversata da Kowloon all’isola di Hong Kong sullo Star ferry, un giro al Ladies market per contrattare sul prezzo delle cianfrusaglie che acquisto come souvenir, eccetera). Stasera, complice una serata in solitaria, mi sono lasciata ispirare per la scelta del ristorante dalla fidata Lonely Planet pocket, ormai logora e piena di scarabocchi, appunti e biglietti del treno tra le pagine.

Kin’s kitchen. Cibo tradizionale, si spende poco ed è a cinque minuti a piedi dal mio hotel, la mia penna lo cerchia con un unico movimento fluido. Hong Kong spesso nasconde i ristoranti nei palazzi e quindi mi ritrovo in un ingresso molto simile ad una reception di qualche complesso di uffici, con tanto di portiere che non fa caso a me. L’ascensore si apre al quinto piano direttamente dentro al ristorante e capisco di avere fatto la scelta giusta non appena mi accorgo di essere l’unica occidentale, salvo una coppia che a occhio e croce definirei tedesca.

Mi accomodo verso una tavola a centro sala da sei, da sola, ma gli altri avventori non sembrano stupirsi di una straniera che mangia in solitaria.

Ordino deep fried tofu per iniziare e come main course un vegetable stir fry. Intanto, mi guardo intorno, le tavole sono tutte rotonde e con tovaglia bianca, in stile pranzo di matrimonio all’italiana, attorniate da sedie imbottite rosso scuro con alti schienali; appese al soffitto bianche gabbie per uccelli con all’interno bocce con pesci rossi: bizzarro, ma ad Hong Kong impari subito che tutto può succedere.

Incuriosita dal condimento arancione che mi arriva con il tofu fritto, chiedo spiegazioni al cameriere che però non parla inglese; diversamente abituata agli altri ristoranti con ampia risonanza tra i turisti occidentali dove vado di solito per lavoro dove tutti parlano inglese, stasera l’idea di non essere capita mi piace.

Probabilmente esasperati dalle mie domande, mi mandano fuori dalla cucina il cuoco, Lau Chun che mi spiega che il condimento altro non è fatto che con fagioli di soia, mostrandomi anche un video su Netflix sulla preparazione; Lau mi racconta anche che il tofu viene da una zona, Chiu Chow, a 4 ore di distanza da Hong Kong e che è fatto a mano, arrivando al ristorante pronto per essere fritto, una delizia. Ringraziandolo durante i saluti finali, scopre che sono italiana e si affretta a dirmi che la settimana prima ha organizzato una cena accompagnata da vini italiani, mostrandomi anche l’aceto balsamico di una qualche tenuta agricola del centro Italia e invitandomi a tornare se non so dove andare a cena nelle serate successive.

Questa cena mi lascia un sorriso e la soddisfazione di essermi ritagliata una serata per me per assaporare un Hong Kong finalmente diversa da quella a cui sono abituata.

NBA? Yes, please!

Uno dei miei film preferiti rimarrà sempre “Il principe cerca moglie”, avete presente no?

Durante la scena in cui Akeem va ad una partita di basket con Lisa, mi chiedevo sempre se effettivamente andare a qualche incontro sportivo in America avesse effettivamente tutta quell’allure che i film americani dipingono: gli hot dog con la striscia di senape a forma di serpente, le mani giganti in gommapiuma e l’esaltazione ad ogni azione.

No, non è così: è ancora meglio.

In autunno sono andata per lavoro a Miami per la prima volta. Ecco, immaginate una persona totalmente disinteressata a qualsiasi evento sportivo e cercate di capire il mio scarsissimo entusiasmo quando mi hanno proposto di andare ad una partita di NBA: Miami Heat vs Charlotte Hornets. Va bene, andiamo.

Burnie, la mascotte, comincia a girare e ballare tra gli spalti mentre la American Airlines Arena si riempie di spettatori carichi di vassoi di nachos e chicken wings; su ogni poltroncina è appoggiata una maglietta bianca con scritto Let’s go Heat” da indossare per dare supporto alla squadra. L’inno nazionale e il solenne silenzio sugli spalti, la presentazione della squadra al buio con i lanciafiamme che sparano al nome di ogni giocatore, e gli intervalli con un gruppo di anziani che ballano furiosi Cardi B sono solo l’inizio.

Burnie in azione durante l’intervallo.

Le azioni vengono scandite dalla musica, dalle incitazioni sul maxi schermo (“Let’s go heat”) dai De-fense ritmati, ma soprattutto dai supporters. Ad ogni canestro (soprattutto se fatto dal numero 3, Dwayne Wade) gli spalti tremano e sembrano crollare; perfino io divento euforica ad ogni azione, galvanizzata dalla folla di gente che sbraccia, urla e batte sulle sedie quando contesta le decisioni dell’arbitro; il contesto rispecchia in maniera meravigliosamente realistica i film e supera ogni mia aspettativa, se possibile.

Infatti le 3 ore volano e assurdamente mi ritrovo a dispiacermi che sia tutto finito… un’esperienza assolutamente da fare!

Ps sì, mi sono comprata la mano gigante di gommapiuma!